2018

India

Il primo volo, la prima spedizione

Era l’estate del 2018 e stavo per imbarcarmi nella mia prima spedizione extraeuropea. Per me era la prima volta anche in aereo, e il destino ha voluto che il mio “battesimo” non fosse un viaggio breve! Luca Vallata, una guida alpina del Friuli con una grande esperienza, mi aveva chiesto, dopo averlo proposto al mio amico Federico Martinelli, se volessi unirmi a una spedizione in una zona dell’India quasi sconosciuta – la Rantik Valley nella regione dello Zanskar. L’idea mi entusiasmò subito!

Un’Avventura verso l'ignoto

Eravamo un gruppo di sei appassionati a professionisti della montagna: io, Fede, Luca, Enrico Mosetti, Davide Limongi e il fotografo Daniele Castellani.

Il nostro obiettivo principale era la salita di una cima vergine di 6.080 metri, senza nome, nella testata di una valle remota. Ci eravamo basati su un report dell’American Alpine Journal di Matija Jošt e su alcune immagini satellitari, ma eravamo consapevoli che stavamo andando verso l’ignoto.

Dal caos di New Delhi al silenzio dell'Himalaya

Il nostro viaggio è iniziato a New Delhi, dove siamo scesi dall’aereo e abbiamo preso un taxi che, a pochi metri dall’aeroporto, ha avuto un incidente. Mentre il nostro tassista litigava urlando in un caos tipicamente indiano, abbiamo scaricato i bagagli e ne abbiamo preso un altro.

Il secondo tassista ci ha portato in giro per ore dicendoci che il nostro hotel non esisteva più e, molto probabilmente, ci ha condotto in un albergo di un suo amico: una truffa ben organizzata che, come avremmo scoperto più tardi, era molto comune in quella zona.

Tre giorni di strada e un villaggio fuori dal mondo

Dopo un volo interno e tre giorni stipati in un fuoristrada per otto ore al giorno, siamo arrivati in un piccolo villaggio sperduto tra le montagne. Un luogo dove gli abitanti, in inverno, impiegavano sei giorni a piedi per raggiungere la città più vicina. Da lì, con l’aiuto di portatori locali, muli e yak, abbiamo raggiunto il nostro campo base a 4.900 metri. Per il mese successivo eravamo solo noi, il nostro cuoco indiano Sonam ed il suo aiutante Lobsang.

Isolati dal mondo

Ci trovavamo in una zona militare e l’uso di qualsiasi dispositivo satellitare era proibito. Niente cellulari, niente GPS, niente previsioni meteo: eravamo completamente isolati dal mondo, e l’unica cosa che ci teneva al sicuro era la nostra esperienza e la nostra prudenza. Se avessimo avuto bisogno di soccorso, non avremmo avuto modo di chiederlo.

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L’ascesa alle cime senza nome

Dopo l’acclimatamento e lo studio del percorso, il nostro gruppo ha colto l’occasione della prima finestra di bel tempo per affrontare la scalata. In soli due giorni, abbiamo risalito l’imponente spigolo sinistro della parete nord-est di questa montagna ancora senza nome.

La salita è iniziata su ghiaccio, con una pendenza massima di 70°, per poi continuare su roccia di ottima qualità, arrivando fino al V grado superiore. Il percorso ci ha portato sulla cima nord a circa 5959 metri.

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Una ritirata al buio

Nel tentativo di raggiungere la cima principale e trovare una via di discesa più agevole, abbiamo percorso una cresta sottilissima. Siamo arrivati a circa 200 metri dalla vetta principale (6080 metri). Purtroppo, l’arrivo dell’oscurità ci ha costretti a una ritirata avventurosa lungo la parete nord-ovest, con una lunga serie di calate in corda doppia nel buio. Quando siamo tornati sul ghiacciaio, abbiamo trovato ad aspettarci il nostro cuoco, il suo aiutante e il fotografo, che erano molto in pensiero per noi.
Il resto della nostra spedizione nello Zanskar è stato caratterizzato da un peggioramento del tempo, che ci ha impedito di ritentare la scalata alla cima principale. Per questo, la vetta resta ancora inviolata.

Una ritirata al buio

Nel tentativo di raggiungere la cima principale e trovare una via di discesa più agevole, abbiamo percorso una cresta sottilissima. Siamo arrivati a circa 200 metri dalla vetta principale (6080 metri). Purtroppo, l’arrivo dell’oscurità ci ha costretti a una ritirata avventurosa lungo la parete nord-ovest, con una lunga serie di calate in corda doppia nel buio. Quando siamo tornati sul ghiacciaio, abbiamo trovato ad aspettarci il nostro cuoco, il suo aiutante e il fotografo, che erano molto in pensiero per noi.
Il resto della nostra spedizione nello Zanskar è stato caratterizzato da un peggioramento del tempo, che ci ha impedito di ritentare la scalata alla cima principale. Per questo, la vetta resta ancora inviolata.

Jullay Temù

“CIAO ORSO”

Abbiamo chiamato la nostra via “Jullay Temù”, che in Ladakhi significa “ciao orso”, un omaggio alla famiglia di orsi himalayani che ci ha fatto visita, lasciandoci impronte e rumori sospetti durante la notte. Sonam e Lobsang hanno proposto di nominare la cima “Chareze Ri” dato che la sua forma, a loro dire, ricorda la “stupa”, un monumento tipico del buddismo.

La vetta inviolata

Nonostante il fallimento, pochi giorni dopo abbiamo provato un secondo tentativo, ma la neve e il peggioramento delle condizioni ci hanno costretto a rinunciare.

Nuove avventure nello Zanskar

Nei giorni seguenti io, Fede, Davide e Daniele abbiamo deciso di fare la prima ripetizione della via Rolling Stones sullo Shawa Kangri (5728m) salita pochi anni prima solo da due alpinisti spagnoli. Luca ed Enrico invece hanno invece noleggiato una moto per esplorare altre valli inesplorate alla ricerca di altre pareti da scalare.

Oltre la vetta

Siamo tornati a casa con la consapevolezza di aver vissuto un’esperienza incredibile, sia dal punto di vista alpinistico che umano. È stato un viaggio che ci ha permesso di staccare completamente dalla nostra quotidianità, lontani dai social e dalla frenesia. I messaggi su WhatsApp che mi sono arrivati per i primi tre giorni di rientro erano così tanti che non li ho nemmeno letti. In quel momento ho capito quanto sia importante disconnettersi.

Mi sono reso conto che il vero valore di un'avventura come questa non è raggiungere la vetta, ma l'avventura stessa e il legame profondo che si crea con i compagni di viaggio!

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